Vincenzo Meucci (1694-1766)

AutoreCarlotta Lenzi Iacomelli

ISBN: 978-88-7970-693-3

Prezzo:  € 50.00

Pochi Pittori Fiorentini ebbero fama eguale a quella di Vincenzo Meucci, né tanto fecero per meritarsela quanto lui”. Con queste parole l’erudito fiorentino Marco Lastri alla fine del Settecento tributava il suo encomio all’artista, del quale, a dispetto della stima e dell’alta considerazione di cui godette presso i contemporanei, del vastissimo catalogo pittorico e del ruolo di primo piano ricoperto nel panorama dell’arte fiorentina del tempo, sinora mai si era tentato di ricostruire la personalità artistica. Nato a Firenze nel 1694 e qui avviato alla pittura da Sebastiano Galeotti, ma di cultura tutt’altro che provinciale per il lungo periodo di studio trascorso a Bologna nella bottega di Gian Gioseffo Dal Sole e nell’Italia del Nord, fu un artista versatile, capace di inscenare grandiose composizioni che gli conferirono l’assoluto primato fiorentino nella grande decorazione. Insegnante di pittura a Parma della principessa Elisabetta Farnese, futura regina di Spagna, maestro del Disegno all’Accademia di Firenze, la sua fama oltrepassò presto i confini del Granducato di Toscana tanto che fu convocato a Roma dal cardinale Neri Corsini, nipote del pontefice Clemente XII, per affrescare assieme ai più brillanti artisti del tempo il palazzo di famiglia con un’opera che suscitò l’ammirazione del committente, il quale lo raccomandò al re spagnolo per la decorazione del Palazzo Reale. Invitato a Madrid da Filippo V, il Meucci preferì rimanere legato alla propria patria, contribuendo col suo dipingere spigliato e corretto nel disegno, la tavolozza gradevole, la rapidità e la versatilità del suo estro a celebrare i fasti delle maggiori casate dell’aristocrazia, cosa che  L’impulso a consacrare la gloria della propria famiglia che aveva contagiato gli alti ceti fiorentini, non lasciò indifferenti gli ordini religiosi, desiderosi anch’essi di ossequiare il prestigio delle loro chiese e confraternite. L’eleganza delle sue ornamentazioni pittoriche raggiunse il suo apice nella pittura murale. Nei soffitti e sulle pareti di innumerevoli chiese e palazzi, molti dei quali inediti e sconosciuti alla letteratura artistica. Spostandosi con disinvoltura da un cantiere all’altro l’acclamato pittore trovò il tempo di cimentarsi pure nella pittura da cavalletto. La bellezza idealizzata delle sue figure, precorritrice della plasticità nitida del Neoclassicismo, costituì una novità che fece accorrere nella sua scuola giovani pittori di talento. La morte lo colse nel novembre del 1766 ancora desideroso di dipingere e di omaggiare con la sua opera il nuovo granduca Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena, giunto da appena un anno a Firenze.

2014 306 pp* cartonato con sovraccoperta  * 285×240 *  ill. 

 

 

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